giovedì 19 ottobre 2017

New York Basketball Stories 2.0: la dinastia dei Marbury



Donald Marbury a Coney Island lo chiamavano “The Major”, il Sindaco, perché aveva personalità e godeva di rispetto negli anni della gioventù. Era un uomo “cool”. I migliori giocatori di Coney Island uscivano sempre da casa sua. Tutti i figli di Donald Marbury arrivavano a giocare in college di prima divisione, prima o poi, ma nessuno di loro era abbastanza disciplinato, forte nella testa o abbastanza bravo per trasformare questo talento in qualcosa di produttivo. Finché non arrivò Stephon.

mercoledì 18 ottobre 2017

Gordon Hayward, la caviglia da 128 milioni di dollari

128 milioni di dollari in quattro anni si sono volatilizzati su un passaggio alley-oop e un contatto con LeBron James che ha determinato una caduta scomposta e la rottura terrificante della caviglia. Una delle visioni più brutte di questi anni quasi come l'infortunio di Paul George in nazionale o quello che ha cambiato la carriera di Shaun Livingston.

D'Antoni può resistere a tutto ma non alle sue idee

Pochi allenatori al mondo sono identificati da uno stile di gioco e un modo di allenare come Mike D'Antoni. La prima partita della stagione è solo questo: una partita. Ma D'Antoni ha subito superato il limite di utilizzo di 32 minuti che aveva concordato con James Harden e Chris Paul (che ha avuto anche qualche problema al ginocchio altrimenti avrebbe giocato anche più di 33 minuti).

domenica 15 ottobre 2017

New York Basketball Stories 2.0: Dollar Bill Bradley



Bradley veniva da un piccolo paese del Missouri, Crystal City, figlio del banchiere locale e di una ex giocatrice dai gusti raffinati che raddoppiava gli impegni scolastici del figlio con lezioni di musica, di lingue straniere, di sport improbabili. Il piccolo Bill era un prodigio a scuola e un giocatore di basket sorprendente. Non aveva talento atletico e non superò i 195 centimetri di statura. A livello professionistico sarebbe stato considerato piccolo e lento. Ma negli anni di Crystal City si allenava senza soluzione di continuità. Non si concedeva un minuto di riposo, di sosta, di svago. Bill Bradley contro il canestro, anche di notte, senza luci, perché migliorava il suo fiuto per il canestro. Lavorava sul palleggio usando occhiali che gli impedissero di guardare il pallone mentre cambiava mano. Passeggiava accanto alle vetrine dei negozi e senza voltare la testa cercava di memorizzare tutto quello che vedeva. Poi tornava indietro per capire cosa gli fosse sfuggito. Allenava la visione periferica.

lunedì 9 ottobre 2017

New York Basketball Stories 2.0: la scomparsa del Falco Hawkins

Nei giorni scorsi è morto a 75 anni Connie Hawkins, Il Falco. Ecco com'era stato descritto in "New York Basketball Stories 2.0".


Una volta ad Harlem assegnarono ad Hawkins il trofeo di MVP di un torneo cui non avrebbe neppure partecipato “perché ad Harlem se dai un titolo di MVP puoi darlo solo ad Hawk”, la geniale spiegazione. Connie ebbe almeno la bontà di presenziare alla cerimonia di consegna del trofeo e poi di giocare l’All-Star Game.
Hawkins era ovviamente un giocatore NBA e anche uno dei migliori, un’ala di 2.03, con apertura di braccia spaziali, che veniva da Beford-Stuyvesant a Brooklyn. Dominava a Rucker Park e anche alla Boys High School di Brooklyn, ma non aveva una buona istruzione, era un ragazzo ingenuo, che un giorno prese 200 dollari da Jack Molinas, sempre lui, senza immaginare fosse contro le regole. Quando l’episodio venne fuori, all’interno di una nuova indagine sulla corruzione nel basket universitario, Hawkins perse la borsa di studio ad Iowa che aveva cercato fino a quel momento di farlo passare per uno studente credibile. E assolutamente non lo era.

Il crollo dell'impero di Don Rick Pitino

Ricordo Rick Pitino ad un predraft camp di Chicago. Al Moody Bible Institute in centro. Aveva appena firmato per i Boston Celtics. Elegantissimo, dietro un canestro. Inavvicinabile. Il gilet bianco, pantaloni scuri, calzini e mocassini bianco latte. Pittoresco. La sua gang era formata da persone che gli dovevano il contratto più alto della loro vita. Lo servivano e riverivano. Era davvero Don Rick, il Padrino.

giovedì 5 ottobre 2017

Dove stanno andando i Lakers di Magic: Kyle Kuzma edition

I primi mesi di Magic Johnson alla guida dei Lakers non hanno prodotto fuochi d'artificio ma una serie di mosse prudenti e intelligenti (multa per tampering esclusa, un imbarazzante rookie mistake) che vanno ritenute promettenti perché consentono alla squadra di collocarsi in una posizione futura favorevole. Magic ha gli occhi puntati addosso: attualmente è in luna di miele con media e tifosi, in particolare perché lo è sempre stato, ma come executive è un debuttante e ha scelto come partner un altro debuttante. Rob Pelinka non è il primo agente a trasformarsi in general manager ma è il primo a farlo senza alcun periodo di apprendistato sotto coperta come ha fatto ad esempio Bob Myers a Golden State. Inoltre Jerry West passando ai Clippers ha fatto sapere con una punta di malizia che sarebbe stato felice di tornare al suo club ma in sostanza non l'hanno voluto. È normale che Magic non volesse una figura così forte alle spalle: West è una presenza forte ovunque ma ai Lakers lo sarebbe stato di più. Tuttavia questo aumenta la pressione.

Riuscirà Wade a far riposare di più l'indistruttibile LeBron?

Se Kevin Love vale il Chris Bosh di Miami - le sue cifre l'anno passato sono state superiori alle più alte mai avute da Bosh agli Heat, 19 punti e 11 rimbalzi di media - allora Cleveland ha rimesso i  piedi i Big 3 dei due titoli e quattto finali giocate a Miami. L'indistruttibile LeBron con Dwyane Wade.

mercoledì 4 ottobre 2017

Tante star e un solo LeBron James

Sulla carta LeBron James dovrebbe imboccare il viale del tramonto e dovrebbe farlo presto. Nel 2018 avrà 34 anni ma gioca nella NBA da 15, ha disputato otto finali, le ultime sette consecutive, e la stagione scorsa è stato il giocatore più impiegato della Lega. Ma se c'erano dubbi sulla legittimità della sua permanenza sul trono di miglior giocatore contemporaneo sono stati fugati paradossalmente dal momento più brutto ovvero la sconfitta 4-1 contro Golden State. In finale LeBron ha viaggiato in tripla doppia media e segnato 33 punti per partita. Nessuno aveva mai fatto così bene in una finale e soprattutto contro un avversario del livello dei Warriors.

martedì 3 ottobre 2017

Carmelo Anthony a OKC: All in One

Lo scambio per Carmelo Anthony non ha controindicazioni per i Thunder. Hanno sacrificato per averlo davvero poco. Doug McDermott è stato insignificante a OKC e con l'arrivo di Paul George sarebbe presumibilmente scomparso dalla rotazione. Enes Kanter era il miglior attaccante del secondo quintetto ma era ingiocabile nei playoffs a causa dei suoi straripanti limiti difensivi. Di sicuro è l'unico piccolo sacrificio concesso allo star power portato da Melo a OKC. Adesso i Thunder non hanno un cambio per Steven Adams ma nel basket di oggi è un limite sopportabile. Patrick Patterson potrebbe essere il centro da smallball dei Thunder, il ruolo che due anni fa aveva Serge Ibaka.

venerdì 29 settembre 2017

I Big 3 di OKC sono un esperimento di un solo anno

L'aspetto più inusuale è che questi Thunder sono un esperimento di un solo anno. Persino se funzionassero molto bene e magari vincessero il titolo non potrebbero mai rimanere tutti assieme. Paul George è un free-agent puro. Russell Westbrook ha firmato un'estensione da 205 milioni in cinque anni ovvero 41 milioni di media a stagione. Carmelo Anthony diventa free-agent oppure può non esercitare l'opzione e andare a scadenza nel 2019.

giovedì 28 settembre 2017

Carmelo Anthony: come giocherà a OKC

I Thunder dunque giocheranno small. Carmelo sarà l'ala forte della squadra almeno in condizioni usuali. Dovrà colpire dagli angoli a sostegno del pick and roll centrale Westbrook-Adams, da realizzatore secondario come è sempre successo in nazionale ma mai a Denver o New York. Dovrà diventare la miglior opzione in post basso.

mercoledì 27 settembre 2017

Carmelo Anthony: ora OKC è una minaccia per i Warriors?

Lo scambio per Carmelo Anthony non ha controindicazioni per i Thunder. Hanno sacrificato per averlo davvero poco. Doug McDermott è stato insignificante a OKC e con l'arrivo di Paul George sarebbe presumibilmente scomparso dalla rotazione. Enes Kanter era il miglior attaccante del secondo quintetto ma era ingiocabile nei playoffs a causa dei suoi straripanti limiti difensivi. Di sicuro è l'unico piccolo sacrificio concesso allo star power portato da Melo a OKC. Adesso i Thunder non hanno un cambio per Steven Adams ma nel basket di oggi è un limite sopportabile. Patrick Patterson potrebbe essere il centro da smallball dei Thunder, il ruolo che due anni fa aveva Serge Ibaka.

martedì 26 settembre 2017

Carmelo Anthony: il punto di vista dei Knicks

Nei suoi sette anni a New York, Carmelo Anthony ha segnato 24.7 punti per gara con 7.0 rimbalzi, cifre da grande star che lasciano alle loro spalle solo macerie. I problemi di Anthony sono cominciati lo stesso giorno in cui ha preteso di essere scambiato a New York prima della scadenza del contratto con Denver. Per venirgli incontro e con una mossa strategicamente fallimentare i Knicks smantellarono mezza squadra per avere subito quello che avrebbero avuto gratis tre mesi dopo. L'inefficacia dell'era Anthony è cominciata così.

giovedì 21 settembre 2017

American Way: Jake La Motta, il toro del Bronx che ispirò Scorsese

Nel 1980 Martin Scorsese portò nelle sale cinematografiche "Raging Bull", Toro Scatenato: per molti resta il più grande film sportivo della storia. Robert De Niro che si preparò boxando contro Jake La Motta vinse l'Oscar. Scorsese in seguito avrebbe contestato la definizione di "film sportivo" ma il soggetto era un pugile, la sua storia, e ovviamente la sua vita. La Motta è morto in Florida a 96 anni: ha finito i suoi giorni in un'ospizio. Nel 1980, quando uscì il film, aveva già vissuto la vita di sei persone ma nei 37 anni seguenti ne ha vissute altre. Si è sposato sei volte, è tornato in carcere, ha perso due figli, uno in un disastro aereo.

lunedì 18 settembre 2017

Magic più grande di Kobe: un dibattito senza storia

Il ritiro delle due maglie di Kobe Bryant ci riporta ad un'altra questione: perché è giusto considerare Magic Johnson e non Kobe il miglior Laker di tutti i tempi? E la discussione deve essere limitata a loro due o aperta ad altri soggetti in una storia fantastica?
Lasciamo perdere George Mikan e i giocatori dei Minneapolis Lakers. Escludiamo il grande Elgin Baylor che ai Lakers non ha mai vinto un titolo e pure Wilt Chamberlain. La sua fenomenale carriera è stata divisa tra Philadelphia, San Francisco e appunto i Lakers dove però è arrivato già in uno stato declinante rispetto agli anni precedenti. Arrivò a 32 anni per spendere le ultime cinque stagioni di carriera vincendo un titolo da numero due di Jerry West. Chamberlain è un Top 5 o 10 di sempre ma non può entrare nella conversazione sul più grande Laker di tutti i tempi.

venerdì 15 settembre 2017

Le due carriere in una di Kobe Bryant

I Los Angeles Lakers ritireranno le maglie numero 8 e 24 indossate da Kobe Bryant durante i suoi 20 anni filati di carriera. Kobe sarà solo il decimo giocatore dei Lakers ad avere ritirata la propria maglia. In questo caso due maglie.

domenica 10 settembre 2017

Tracy McGrady: Hall of Famer o incompiuto?

Due volte è stato capo cannoniere della Lega. Sette volte è stato un All-Star. Una volta ha segnato 13 punti in 33 secondi, la sequenza di canestri che ne ha identificato la carriera. Ma allora perché Tracy McGrady ha dovuto spiegare i motivi per i quali la sua inclusione nella Hall of Fame va considerata meritata?

sabato 9 settembre 2017

NBA Finals 1999: David Robinson

Nel 1986/87, gli Spurs avevano vinto appena 26 partite, per l’ottavo anno erano in declino, non avevano più un uomo simbolo nel quale riconoscersi e il pubblico si stava demoralizzando e stancando. Quella stagione, le presenze medie scesero a 8.000 spettatori. Drossos dovette ammettere che spostare la franchigia era ormai una necessità. Tutte le speranze di garantire un futuro alla squadra erano legate alla Lotteria del draft. Se San Antonio l’avesse vinta avrebbe potuto scegliere David Robinson e costruire una squadra forte che avrebbe potuto richiamare pubblico e sponsor.

lunedì 4 settembre 2017

NBA Finals 1998: Scottie Pippen

Quando tramite i Sonics venne scelto dai Bulls, Scottie Pippen volle che nel contratto fosse inserita una clausola che gli assicurasse tutti i soldi pattuiti anche qualora fosse stato tagliato. Si fosse accontentato di un contratto breve, avrebbe guadagnato di più allora e rinegoziato più tardi a ben altre cifre. Ma Scottie voleva mettersi a posto finanziariamente per il resto della sua vita. Voleva certezze e le voleva subito. Così firmò per sei anni a 5.1 milioni di dollari. Fu un errore perché da quel contratto (poi rinegoziato) non è mai uscito veramente fino alla parte conclusiva della carriera, fino a quando si trasferì a Houston nel 1999 e poi a Portland. Ma a quei tempi Scottie aveva bisogno di mandare soldi a casa, di curare il padre gravemente malato, portare tutta la famiglia in un posto migliore. Aveva bisogno di non sentirsi più a rischio. Si domandava sempre che cosa sarebbe successo ai suoi se si fosse infortunato gravemente com’era successo a Ronnie o semplicemente se tutti avessero capito che non era davvero un giocatore NBA.